Continua l’inchiesta di FinanzaeDiritto.it tra i più importanti Enti di Formazione. Grazie a BAICR Sistema Cultura, segnalata come eccellenza per la seconda edizione del Premio Internazionale Le Fonti del prossimo 28 giugno, abbiamo parlato di lobby, dei loro compiti e dei pregiudizi che spesso li precedono. Di seguito l’intervista a Giovanni Guzzetta, Direttore del Master di II Livello in Processi Decisionali e Lobbying di BAICR.
BAICR Sistema Cultura è un consorzio non profit costituito nel 1991 tra cinque istituti culturali italiani - l’Istituto della Enciclopedia Italiana, l'Istituto Luigi Sturzo, la Fondazione Lelio e Lisli Basso-Issoco, la Società Geografica Italiana, la Fondazione Istituto Gramsci - con lo scopo di contribuire alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale del nostro Paese attraverso metodologie innovative, logiche di comunicazione e creazione di ambienti digitali.
Perché BAICR ha deciso di fare delle lobby l’oggetto di un master?
Ci siamo assunti un rischio, abbiamo fatto una scommessa perché è chiaro che questo master sembra non corrispondere ai profili professionali più comuni. È una scommessa molto convinta perché viviamo in società complesse in cui i profili devono essere professionali e comportano processi decisionali a livello governativo molto articolati, dove è importante la professionalità di coloro che devono far partecipare a quei processi gli interessi coinvolti. Il master non si occupa solo dei lobbisti, ma si occupa di formare sia chi rappresenta gli interessi ma anche chi li deve valutare nell’ambito dei processi di decisione (decisori pubblici, funzionari). Nella legislazione italiana spesso è previsto il coinvolgimento della figura di chi porta interessi. È una tendenza che viene dall’Europa e richiede professionalità specifiche sia dal punto di vista della pubblica amministrazione sia dal punto di vista dei soggetti privati. Sono figure molto flessibili e competenti nella conoscenza dei processi decisionali e di come si manifestano correttamente le esigenze dei vari interessi della società. Si tratta non solo di interessi economici, ma anche sociali come nell’area non-profit o delle società non governative che si organizzano per far valere i propri principi e vengono influenzate a loro volta dalle decisioni pubbliche, come i provvedimenti in materia di salute o dei servizi sociali.
È dunque arrivato il momento che anche l’Italia si professionalizzi in questo settore?
In Italia si è proceduto nell’ultimo decennio in maniera un po’ artigianale, per cui occorre una maggiore professionalizzazione, come già avviene nel resto del mondo. Ciò che ci ha più sorpreso nell’occuparci di questo filone di mercato, sono stati i difetti sul versante del decisore pubblico e sul versante del portatore d’interessi. Nel primo si constata una grande insufficienza nel confrontarsi con gli interessi e inesperienza, un atteggiamento artigianale; nel secondo c’è un’incredibile ingenuità, ci si rivolge a soggetti pubblici non decisivi – per esempio di solito ai singoli parlamentari, ma ormai le decisioni sono assunte a livello di governo o più locale.
Ci sono dei forti pregiudizi sul mondo dei lobbisti. Ne parla diffusamente anche un libro, pubblicato di recente, “Vent’anni da sporco lobbista” di Fabio Bistoncini…
È un atteggiamento molto provinciale pensare al lobbista come a un faccendiere. L’assioma è risibile e appartiene a una cultura retrograda. Sicuramente c’è un’esigenza di questa figura ed è necessario renderla trasparente e compatibile con i bisogni nella sfera delle decisioni pubbliche. Spesso, se c’è un processo decisionale serio, il lobbista non serve per ottenere favori illeciti, ma fornisce informazioni sui segmenti del mercato e la decisione pubblica può anche non esserne influenzata. Gli interessati, alias lobbisti, non sono gruppi economici cinici e spietati. Spesso si tratta di gruppi che si fondano su valori sociali importanti e condivisibili, come nel caso di Amnesty International, uno degli esponenti del nostro master. Laddove c’è una decisione da prendere si interviene sull’assetto degli interessi, ma l’importante è che questi abbiano voce attraverso figure professionali e che quindi i decisori possano compiere le proprie scelte in modo avveduto.
Come si articola il master?
Questo master ha una storia di tre anni, e il suo successo lo confermano gli ex partecipanti che hanno trovato lavoro nelle imprese. La scommessa, seppur rischiosa, è sempre più vincente. Tale percorso ha tre caratteristiche. La prima è quella di essere un master in presenza con lezioni frontali ma anche a distanza per non imporre costi organizzativi eccessivi. Il corso agevola la frequenza per chi è già nel mercato del lavoro e vuole professionalizzarsi, garantisce un costante collegamento telematico e prevede un’ attività di tutoring. La seconda consiste nella presenza di una componente didattica per comprendere meglio processi di decisione a tutti i livelli e conoscere le tecniche di rappresentanza degli interessi ovvero come si fa a costruire un’iniziativa da presentare, come si scelgono gli interlocutori, come ci si confronta. Il terzo aspetto rilevante è che c’è la possibilità di svolgere stage presso imprese o enti pubblici che si offrono per far conoscere in concreto come avvengono i processi decisionali e le campagne di lobby.
In quest’ultimo periodo si è sentito molto parlare delle lobby in relazione alle liberalizzazioni…
In questo momento vediamo quanto i processi di decisione intervengono sull’organizzazione del mercato e come siano decisioni complesse perché scatenano anche reazioni. Questo è fisiologico in una democrazia avanzata, il problema è renderlo professionalmente di qualità. Evitare che le rivendicazioni siano mere rivendicazioni corporative, ma siano realizzate per contribuire all’interesse pubblico.
Alessia Liparoti e Sara Tamburini
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