Quando si è in crisi ci si mette in gioco, è naturale, è dovuto, è la chiave evolutiva. È l'occasione per rileggere in profondità il proprio operato, valutarlo, nella speranza di riconoscere i motivi della sopraggiunta crisi e quindi poterle dare una sterzata, porle fine, agendo d'ora in avanti diversamente. Questa logica vale per gli individui, ma è equivalente per la collettività, per la quale molti si prodigano nel lavoro di analisi e giudizio.
I leader sono tali quando sono in grado di guidare gli altri, ma anche perché hanno la dote della sintesi, di leggere (anche nel caos) i fondamentali per ripartire, andare avanti, migliorare. Per fare questo ci vuole l'umiltà di mettersi in gioco, ci vuole la pazienza e l'attenzione per capire il passato e pianificare ed anticipare il futuro.
In Italia si fanno ogni giorno tanti convegni sulla cultura, la maggior parte dei quali con ospiti che detengono ruoli sociali importanti sia politici che amministrativi. Quanto però questi si soffermano ad ascoltare e capire gli altri, a trarre spunto e riflessione da ciò che esprime chi gli è intorno, in poche parole: a mettersi in gioco e ad essere veri leader?
Ho appena partecipato al 468th Salzburg Global Seminar dedicato alla cultura in tempo di crisi. Il pay off di questa istituzione recita “founded in 1947, our seminars challenge present e future leaders to solve issues of global concern”. Sessanta persone da ogni parte del mondo (anche molto lontane come Nuova Zelanda, Giappone, Cina, Australia, California, Sud Africa) sono stati cinque giorni, con i cellulari spenti, in dodici ore quotidiane di meeting, a confrontarsi, a condividere idee, riflessioni, apprensioni e trarre spunti individuali per il futuro. I presidenti e gli amministratori delegati delle più grandi istituzioni culturali del mondo, con migliaia di dipendenti e centinaia di milioni di dollari di budget, sono stati carta e penna alla mano, a prendere appunti dalla mattina alla sera, ascoltando con attenzione gli altri, intervenendo con educazione per sottoporre le proprie idee. Persone con curricula eccezionali (studi – non lauree ma PhD – a Princeton, Harvard, Yale, Columbia etc, esperienze al vertice in numerose istituzioni in giro per il mondo, incarichi pubblici di spicco in governi, Onu e altro) con età dai 30 ai 70 anni, si sono confrontate in forma paritaria e costruttiva su temi quali il ruolo delle tecnologie nella produzione e promozione culturale, il rapporto con la comunità, il ruolo della cultura nella società civile, la legittimazione, la creazione e trasmissione di valori.
È stato emozionante non solo per la qualità dei contenuti emersi (immaginate cosa significhi trovare una sintesi condivisa per il ruolo dell'arte nella società civile in un working gruop composto da un sudafricano, un marocchino, tre statunitensi, una libanese, una tedesca, un italiano e uno delle filippine!): qui si è parlato di doveri, mentre in Italia si parla solo di diritti. Ma è stato emozionante soprattutto per il modo con il quale è stata data la possibilità di conoscersi e confrontarsi. È stata una vera esperienza di crescita, non bisognerebbe avere paura di questa parola, della quale ognuno dovrebbe essere assetato per l'intero corso della vita.
Fabio Severino
da "exibart on.paper"
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