Rete, memoria, identità, formazione: sono queste le parole ricorrenti negli interventi dei relatori presenti al workshop dal titolo “Essere stati è ancora una condizione per essere?”, organizzato a Firenze, tra gli altri, dal Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux; temi che hanno suscitato particolare attenzione in chi – come il BAICR – ne coglie tutte le sfumature lessicali proprio perché li “pratica” per missione.
Per provare a tirare le somme, dopo questa intensa e stimolante giornata, è opportuno accogliere l’invito di Paola Pacetti ad arginare quella contrazione dei tempi di riflessione che la crisi economica sta imponendo a chi opera nelle istituzioni culturali. La necessità di reperire fondi per continuare a garantire servizi, svolgere attività e promuovere progetti non può ridurre i tempi utili per ragionare sul tema della responsabilità. Che è al contempo impegno per la tutela e la valorizzazione del patrimonio, ma anche sensibilità verso i mutamenti della società.
Le tecnologie e la rete pervadono la nostra vita e provocano quella vera e propria “mutazione del ritmo della temporalità” (Paolo Cucchi), per cui sembra di vivere in un eterno presente, o meglio, in un “iperpresente” (Luca De Biase), per questa ipertrofia dell’accesso alle informazioni generata da internet che manifesta come suo limite maggiore una congenita difficoltà a creare un accesso ai contenuti che tracci il processo di produzione e il soggetto produttore.
Wikipedia, a questo proposito, è solo l’esempio più eclatante, in quanto metafora dell’enciclopedismo attuale, governato da logiche di quantità nella produzione dei contenuti (la partecipazione è il nuovo criterio d’autorità) e non di qualità. Questo fa rimbalzare, dunque, alle istituzioni culturali – per loro natura dedicate all’elaborazione di contenuti e preposte all’organizzazione del sapere – la “responsabilità” di un ritardo nella partecipazione che non può essere più giustificato.
Il Prof. Prosperi insiste giustamente sul fatto che criticare non basta e comunque non porta a nulla: le sfide – anche quelle meno ortodosse – servono a intuire in che direzione si va, sono necessarie per capire cosa fare del passato e come mettere d’accordo l’orizzontalità con la prospettiva.
E’ vero che la rete rischia di ingabbiare la società e di appiattirla sul presente, ma è anche vero che internet va interpretato come immensa risorsa sia perché rende possibile un ampliamento della prospettiva, in quanto frutto di una intelligenza collettiva (De Biase) sia perché, nella sua piazza virtuale, avvicina ambiti e istituzioni diverse, offre spazi e modi infiniti per riflettere sul rapporto tra memoria e conoscenza e dà nuovi strumenti per colmare quel disagio contemporaneo determinato dalla frattura tra presente e passato, dalla frammentazione dell’apparato istituzionale e dalla parcellizzazione dei percorsi individuali.
Chi ha responsabilità nel campo dei beni culturali deve prendere spazio nella rete per intercettare i nativi digitali e ridimensionare lo spaesamento di chi vive (e comunica) la realtà virtuale. Una strada da percorrere è senz’altro quella della cooperazione tra archivi, biblioteche e musei (Antonia Fontana), perché il cittadino che naviga sul web è interessato alla conoscenza e non al luogo di conservazione: e questo è ad esempio il presupposto di Europeana, aggregatore di aggregatori, per ora poco popolato rispetto al patrimonio posseduto perché il problema più concreto è quello della digitalizzazione del pregresso e della necessità di grossi investimenti.
Dai grandi progetti di cooperazione per valorizzare il patrimonio attraverso il racconto sul web non si può però escludere l’Università (Paolo Galluzzi) né assecondare quella che Prosperi definisce la “svendita della gioventù in formazione” e il fatto che l’età dei formatori sia elevata non aiuta a risolvere il gap sull’utilizzo delle tecnologie nella socializzazione della conoscenza.
Una discussione sulla formazione di profili professionali adeguati alla necessità di avere nuove competenze non può essere più rinviata (Guido Guerzoni): l’Italia - al tempo di internet - non può rinunciare a portare avanti il proprio compito di tutela, che è anche un impegno nei confronti di tutto il mondo (Prosperi). L’Italia ha un “capitale” da valorizzare (e non da monetizzare), un’eredità che impone una responsabilità etica per il futuro (Sandra Pieri).
Antonia Liguori
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